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martedì 7 maggio 2019

Nove ore al giorno per mangiare

Si tollera meglio il glucosio

NUTRIZIONE
imm3I ricercatori hanno valutato gli effetti del consumo limitato in un tempo di 9 ore, presto nella giornata o più tardi, con la tolleranza al glucosio negli uomini a rischio per il diabete di tipo 2.

I ricercatori hanno analizzato 15 uomini (età 55 ± 3 anni, BMI 33,9 ± 0,8 kg / m2) che indossavano un misuratore glicemico continuo per 7 giorni di valutazione di base e durante 2 giorni di condizioni di intake limitato nel tempo. Gli uomini sono stati randomizzati in rapporto 1: 1 ad assumere cibo presto e in un tempo limitato (dalle 8:00 alle 17:00) o a mangiare a orario ridotto ma più tardi (dalle 12:00 alle 21:00), separati da una fase di washout di 2 settimane.

Sono state calcolate le aree sotto le curve di glucosio, insulina, trigliceridi, acidi grassi non esterificati e ormone gastrointestinale con un pasto standard nei giorni 0 e 7 alle 8:00 per quelli randomizzati a mangiare presto o alle 12:00 per quelli randomizzati a ritardare il consumo di cibo.

Lo studio ha rilevato che il consumo limitato nel tempo ha migliorato la tolleranza al glucosio come valutato da una riduzione dell'area incrementale sotto la curva della glicemia (P = 0,001) e dai trigliceridi a digiuno (P = 0,003) al giorno 7 rispetto al giorno 0.

Tuttavia, non c'erano differenze in nessuna delle variabili esaminate tra le assunzioni presto o tardi nella giornata. Non vi è stato inoltre alcun effetto sull'insulina a digiuno e post-prandiale, sugli acidi grassi non esterificati o sugli ormoni gastrointestinali.

Quindi vale il timing dell’assunzione di alimenti: più è breve, meglio si tollera l’insulina.

L’assunzione di alimenti presto nella giornata ha ridotto la glicemia a digiuno, cosa che non ha fatto l’assunzione limitata nel tempo ma più tardi, pur intercorrendo lo stesso tempo dall’ultima assunzione di cibo.

Autori: Amy T. Hutchison, Prashant Regmi, Emily N.C. Manoogian, Jason G. Fleischer, Gary A. Wittert, Satchidananda Panda, Leonie K. Heilbronn
Fonte: Obesity.  2019. 27; (5), 724-732
Link della fonte: https://onlinelibrary.wiley.com/doi/full/10.1002/oby.22449
 

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