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lunedì 10 settembre 2012

Interventi nutrizionali nella malattia epatica: quali benefici?

Il ricorso alle terapie nutrizionali di supporto può ridurre le complicazioni associate all'insufficienza dell'organo, ma i benefici dipendono dall'attenta valutazione della condizione individuale del paziente.

nutrizione insufficienza epatica

I pazienti affetti da epatopatia cronica, specialmente da cirrosi scompensata, soffrono comunemente di deficienze nutrizionali che si manifestano nella perdita di peso e nell’indebolimento muscolare. Queste condizioni conducono tipicamente a esiti prognostici inferiori rispetto alle situazioni prive di tali complicazioni.

L’alimentazione di supporto o sostitutiva può essere assimilata sia in modo volontario dal paziente, sotto forma di bevande o formulazioni solide di nutrienti, oppure in modo passivo involontaria mediante l’utilizzo di sonde venose (nutrizione parenterale) o direttamente nel tratto intestinale (nutrizione enterale).

Questi interventi comportano costi non indifferenti e possono determinare una serie di complicazioni come nausea, vomito, diarrea e alterazioni delle funzioni metaboliche (iperglicemia). È dunque assolutamente necessario investigare se tali interventi nutrizionali si traducono effettivamente in miglioramenti clinici. Lo strumento disponibile per condurre tali valutazioni è lo studio clinico randomizzato.

Il presente studio ha analizzando e riassunto le informazioni generate da una serie di studi, nei quali veniva principalmente comparato l’effetto della nutrizione parenterale, della nutrizione enterale o dei supplementi nutrizionali orali in soggetti affetti da epatopatia cronica.  Sei analisi preliminari hanno considerato la mortalità, la morbidità epatica (asciti, sanguinamento gastrointestinale, encefalopatia), la qualità di vita, l’incidenza di eventi avversi ed infezioni, i costi dei trattamenti, la durata del ricovero, la presenza di ittero, le complicazioni post-operatorie e gli esiti nutrizionali.

L’analisi di 37 studi randomizzati ha permesso di evidenziare significative differenze in relazione al tipo di trattamento impiegato. La nutrizione parenterale riduceva infatti i livelli di birilubina sierica più rapidamente e permetteva di correggere il bilancio dell’azoto nei pazienti non-chirurgici affetti da ittero e riduceva alcune complicazioni post-operatorie nei pazienti chirurgici. La nutrizione enterale favoriva anch’essa il bilancio dell’azoto nei pazienti non-chirurgici e riduceva le complicazioni post-operatorie nei pazienti chirurgici.

I supplementi orali assicuravano una riduzione dell’incidenza di ascite ed anche quella delle infezioni. Il consumo di supplementi, specialmente quelli arricchiti in amminoacidi ramificati, giovava infine ai pazienti affetti da encefalopatia epatica. Non sono stati registrati effetti significativi legati all’uso di supplementi nel caso dei pazienti chirurgici.

Gli autori dello studio hanno sottolineato che nessuno dei benefici osservati può essere considerato definitivo per via di ricorrenti errori metodologici riscontrati nei singoli studi.

Inoltre, il numero complessivamente limitato degli individui coinvolti negli studi potrebbe avere determinato un’approssimazione dei risultati. Tuttavia, questi dati sono sufficienti per giustificare il ricorso agli interventi nutrizionali nella pratica clinica, anche se saranno necessari trial randomizzati ben pianificati per confermare l’efficacia di tali terapie.

Source:Koretz RL, Avenell A, Lipman TO. Nutritional support for liver disease. Cochrane Database Syst Rev. 2012