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giovedý 18 gennaio 2007

Col carcinoma epatico il caffè non c'entra

Il consumo di caffeina è stato da diverse parti accusato o comunque implicato nell'insorgenza di epatopatie di entità differente. Ma un recente studio condotto dai ricercatori italiani del servizio di epidemiologia dell'Istituto dei Tumori di Napoli assolve “la tazzina” anzi, la promuove ad un probabile effetto protettivo. Lo studio ha considerato i dati relativi al consumo di caffè in Italia basandosi su uno studio caso-controllo ospedaliero che riguardava il periodo dal 1999-2002. Vi erano inclusi 185 casi di pazienti di età compresa tra 43 e 84 anni già istologicamente diagnosticati come portatori di carcinoma epatocellulare. Il gruppo di controllo era formato da 412 soggetti afferenti allo stesso ospedale selezionati escludendo tutte le patologie neoplastiche e le patologie correlabili alla dieta. I consumi di caffè degli arruolati erano stati rilevati tramite un questionario FFQ (food-frequency questionnaire) validato. L'analisi dei dati finali è stata condotta tramite regressione logistica multipla che considerava alcuni possibili fattori confondenti come: la positività ai virus dell'epatite, il consumo di alcol, il tabagismo. In sintesi, al confronto con la popolazione che consuma meno di 14 tazze di caffè la settimana, il rischio di carcinoma tendeva, in questa selezionata popolazione ospedaliera, a decrescere con l'aumento del consumo. Dunque gli autori concludono per un probabile effetto protettivo del consumo di caffè, almeno nei confronti del rischio d'insorgenza di carcinoma epatocellulare. Int J Cancer. 2007 Jan 4; [Epub ahead of print ]