|

martedì 28 giugno 2016

Diabete 2, quale dieta è efficace?

Ne parliamo con l’esperto

NUTRIZIONE
imm3Siamo all’ Ambulatorio di Nutrizione Clinica, UOC di Oncologia Medica, Dipartimento di Medicina Interna e Oncologia Umana (DIMO), Università degli Studi Aldo Moro, Policlinico di Bari, per incontrare il Prof. De Pergola e parlare del diabete 2, una pandemia tipica di questi tempi.

Professore, è corretto dire che la dieta è il primo farmaco per il diabete 2?

Direi di si : nel mondo diabetologico è evidente un costante tentativo di uniformare i comportamenti relativi all’uso dei farmaci, ma non esiste una simile condotta per la terapia alimentare.
L’alimentazione corretta fa parte del percorso terapeutico di un individuo affetto da diabete mellito 2, che spesso è obeso o in sovrappeso. Questo paziente ha bisogno di una dieta ipocalorica, finalizzata a indurre un calo ponderale, ma anche a correggere l’iperglicemia.
La proposta della dieta deve essere associata a un approccio educativo da parte di una figura specialistica (dietista, nutrizionista, ecc), perché il paziente sia informato delle caratteristiche nutrizionali degli alimenti principali, e personalizzato, per rispettare il suo gusto, abitudini e necessità.
Il paziente deve capire che l’efficacia e la durata dell'effetto della terapia farmacologica dipendono in gran parte dal contributo di una corretta alimentazione.
 
Su cosa si basa la corretta alimentazione?
 
Per avere un buon controllo della glicemia, è importante limitare la quantità dei carboidrati introdotti a meno del 50% rispetto le calorie totali.
La riduzione della quantità dei carboidrati e il miglioramento della qualità dei carboidrati (indice glicemico) induce una riduzione della risposta insulinemica al pasto, con effetto lipolitico (riduzione della sintesi dei trigliceridi nel tessuto adiposo, nel fegato, ecc) e anti-lipogenico, con diminuzione del grasso corporeo.
I livelli di emoglobina glicata (che influenza soprattutto il rischio micro-vascolare) sono condizionati soprattutto dalla quantità dei carboidrati introdotti, mentre l’indice glicemico sembra condizionare maggiormente i parametri di infiammazione e stress per l’endotelio (che influenzano prevalentemente il rischio cardio-vascolare).
Sappiamo inoltre che il maggiore consumo di cereali integrali si associa a una riduzione della mortalità e delle malattie cardio-vascolari nei pazienti con diabete2.
Anche le fibre alimentari riducono l’indice glicemico degli alimenti e ne va consigliato un maggior consumo (40 g/die o 20 g/1000 kcal). Gli alimenti più ricchi di fibre sono i legumi (fagioli, lenticchie, ceci), alcuni cereali (orzo perlato, fiocchi d’avena, cereali integrali), alcune verdure (carciofi), alcuni frutti (lamponi).
 
I lipidi non devono superare il 35% delle calorie totali. La loro qualità è più importante della quantità. L’introito di acidi grassi saturi (formaggi derivati da latte intero, burro, carni grasse e processate, olio di cocco e di palma) deve essere < 10% delle calorie totali e deve essere minimizzato il consumo di acidi grassi trans (fritture, merendine, margarina, ecc). In accordo alle caratteristiche della dieta Mediterranea, la principale fonte di lipidi deve essere rappresentata dagli acidi grassi mono-insaturi e, in particolare, dall’olio extra-vergine di oliva.
 
Cosa raccomanda riguardo il consumo di carne e proteine in genere?
 
Le proteine animali si possono consumare se magre. Sono da preferire, nell’ordine, pesce, latte scremato e derivati (yogurt, formaggi magri, ecc) e le carni bianche. Le proteine del siero del latte inducono per sé un maggiore incremento del GLP-1 e un migliore profilo glicemico dopo il pasto. La carne rossa andrebbe assunta meno di una volta per settimana.
Altro discorso per le proteine vegetali. Cereali, legumi, frutta secca, semi (sesamo, zucca), alghe, derivati della farina (seitan), derivati della soia (tofu) sono permesse e integrano quelle di origine animale nel calcolo delle proteine da introdurre giornalmente (0.8-1 g/kg di peso ideale).
Sebbene non vi sia consenso, vi sono dimostrazioni che l’aumento delle proteine e la contemporanea riduzione dei carboidrati nella dieta di un paziente diabetico non affetto da nefropatia possa migliorare i livelli di emoglobina glicata e il profilo lipidico (trigliceridi, colesterolo totale e HDL).
 
Pochi giorni fa è uscito un articolo sul Corriere della Sera intitolato “La dieta vegetariana riduce fino al 34% il rischio di diabete 2”.
I ricercatori della Harvard School of Public Health di Boston hanno seguito per 20 anni oltre 200 mila americani. E’ la prima volta che si analizzano diete a base vegetale sane e diete vegetariane meno sane, che includono anche alimenti zuccherati o bevande.
Secondo questo studio le diete salutari a base vegetale possono ridurre il rischio di diabete di tipo 2 perché sono ricche di fibre, antiossidanti, grassi acidi insaturi e micronutrienti come il magnesio e sono a basso contenuto di grassi saturi.
 
Cosa ne pensa Prof. De Pergola?
 
Nel campo della prevenzione del diabete 2, ma anche nel controllo della malattia, un ruolo molto importante è ricoperto dallo stato ossidoriduttivo e di glicossidazione dei tessuti.
Ai pazienti a rischio va suggerito di preferire alimenti ricchi di anti-ossidanti (polifenoli e flavonoidi), come spinaci, melanzane, cipolle rosse, carciofi, peperoni rossi, mirtilli, kiwi, pere, avocado e cacao.
Come ha rilevato lo studio di Harward, si deve drasticamente ridurre il consumo di dolci e bevande con zuccheri aggiunti (saccarosio, fruttosio, ecc), perché questi nutrienti peggiorano non solo la glicemia, ma anche altri parametri metabolici (trigliceridi e colesterolo HDL) ed emodinamici (pressione arteriosa).
 
Cosa suggerisce la sua esperienza clinica?
 
Sulla base dell’esperienza personale e di alcune evidenze scientifiche, credo che sia molto utile che i pazienti con diabete 2 si disabituino a certi sapori e non ne avvertano più l’esigenza (per esempio, differenza tra pane e pasta bianchi verso pane e pasta integrali, il gusto delle spremute naturali vs i succhi di frutta industriali, ecc.).
Con il passare del tempo i gusti di un individuo possono realmente cambiare, condizione che favorisce un migliore controllo glico-metabolico.