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mercoledì 29 gennaio 2014

Vitamina D: quale ruolo nell’obesità?

Dati sperimentali e clinici suggeriscono un ruolo del pro-ormone nella patogenesi del disordine, seppur con dati contrastanti. Quali meccanismi biologici sono controllati dalla vitamina?

Ricerca Clinica e di Base
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Tra i vari effetti che la vitamina D esercita nell’organismo, un’importante nuovo aspetto emergente sembra riguardare le dinamiche di proliferazione e differenziamento delle cellule del tessuto adiposo.

I bersagli biologici della 1,25-Didrossivitamina D3, cioè la forma biologicamente attiva della molecola, sono infatti molteplici nell’organismo e, oltre ai largamente apprezzati effetti sul tessuto osseo, oggigiorno si conoscono altri siti d’azione extrascheletrici di questa molecola, propriamente un pro-ormone, la cui fonte deriva sia dall’alimentazione sia, in modo sempre più dettagliatamente caratterizzato, grazie alla sintesi endogena che ha luogo nell’epidermide in seguito all’esposizione solare.

Nuove osservazioni sperimentali hanno evidenziato un ruolo della vitamina D nel processo di adipogenesi, cioè la formazione di nuove cellule del tessuto adiposo, grazie ad un’effetto mediato dall’espressione di geni caratteristici di queste cellule ed anche di una categoria particolare di proteine conosciute come “uncoupling proteins”, una famiglia di enzimi localizzati a livello dei mitocondri in grado di regolare i flussi di energia metabolica nelle cellule e coinvolti principalmente nel processo fisiologico di termogenesi, cioè la produzione di calore metabolico necessario per contrastare l’esposizione alle basse temperature, il quale ha proprio luogo a livello dei depositi adiposo corporei.

Le più recenti evidenze sperimentali hanno dimostrato nell’animale che l’interferenza nel sistema endocrino mediato dalla vitamina può produrre effetti marcati sulla predisposizione all’accumulo di tessuto adiposo.

Un recente studio belga condotto dai ricercatori dell’Università di Leuven e presentato sulla rivista Nature ha mostrato come deficienza genetica del recettore della vitamina, oppure un enzima fondamentale per la sintesi endogena della molecola, siano in grado di causare una perdita del peso corporeo, principalmente a causa di uno stimolo costante della spesa energetica.

In modo contrario, l’animale che possedeva una variante sempre attiva del recettore nelle cellule adipose presentava l’effetto esattamente contrario, e cioè una propensione all’obesità.

I ricercatori hanno anche potuto dimostrare che la mancata azione fisiologica della vitamina, come nel primo caso descritto, determinava un aumento dell’espressione delle uncoupling proteins, spiegando così la maggiore attività metabolica osservata in questi animali.

Fino a qui tutto chiaro, o almeno. La complicazione giunge nel paragone con i dati clinici relativi ai pazienti umani. Infatti, numerosi studi osservazionali hanno suggerito un ruolo della vitamina D nell’obesità umana ma nella situazione opposta, è cioè in assenza di una sufficiente biodisponibilità della molecola.

Un link diretto tra i livelli della vitamina e la patogenesi del disordine non è stato ancora tuttavia dimostrato e quindi queste non rappresentano affatto conclusioni definitive, anche perchè lo scenario è decisamente complicato per via delle molteplici attività fisiologiche svolte dalla vitamina. Nessun effetto benefico sulla condizione corporea è stato dimostrato in seguito alla somministrazione di supplementi della vitamina.

In conclusione, la ragione delle discrepanze tra i dati sperimentali relativi all’animale e quelli clinici dei pazienti umani non sono per nulla chiare. Tuttavia, resta indiscusso il fatto che la vitamina D intervenga nei meccanismi fisiologici che controllano l’omeostasi energetica ed è quindi estremanente imprescindibile comprendere il ruolo che questa molecola dalle molteplici attività riveste nelle condizioni di patologia come l’obesità e i disordini metabolici.

Source:Roger Bouillon, Geert Carmeliet, Liesbet Lieben et al. Vitamin D and energy homeostasis—of mice and men Nature Reviews Endocrinology 10, 79–87 (2014)